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Export italiano in aumento, dove il Made in Italy è più venduto all’estero

di Giustizia Avvocati - Redazione
23/02/2026
Home Economia Italia

Il 2025 si è chiuso con un quadro complessivamente positivo per il commercio estero italiano. I dati di dicembre, pubblicati dall’Istat a inizio 2026, confermano una crescita su base annua e un miglioramento del saldo commerciale, in un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, rallentamento della domanda europea e riallineamento delle catene globali del valore. Il dato interessante, però, non è soltanto quello percentuale, ma la qualità della crescita. Alcuni settori, infatti trainano più di altri, in mercati che rispondono meglio all’export italiano nel medio periodo.

Export italiano in crescita: cosa dicono i dati
A dicembre 2025 le esportazioni Made in Italy sono aumentate dello 0,3% su base mensile, mentre le importazioni sono cresciute dello 0,1%. La crescita mensile è trainata soprattutto dai Paesi extra Ue (+1,9%), mentre l’area comunitaria mostra un rallentamento (-1,1%)
Se si guardano invece i dati del quarto trimestre 2025, rispetto al precedente, l’export è sceso dell’1,4%, ma si tratta però di una fisiologica correzione dopo una prima parte dell’anno più dinamica.
Su base annua, infatti, il quadro è decisamente più robusto e le cifre tornano essere positive: +4,9% in valore e +3,6% in volume Questo significa che la crescita non è solo nominale, ma anche reale. Infatti, l’incremento in valore riguarda sia l’area Ue (+4,7%) sia quella extra-Ue (+5,1%).
I settori che trainano la crescita
Nel complesso del 2025, rispetto al 2024, l’export italiano cresce del 3,3% in valore, e a contribuire maggiormente sono gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici, segnando un +28,5%.
A seguire troviamo i mezzi di trasporto (esclusi autoveicoli) con un +11,6% e i metalli di base e prodotti in metallo (esclusi macchinari) con un +9,8%. Chiudono i prodotti alimentari, le bevande e e il tabacco, registrando un +4,3%.
Farmaceutica e metallurgia indicano una forte integrazione nelle catene globali ad alta specializzazione tecnica. Il comparto alimentare, pur con una crescita più contenuta, conferma la sua stabilità come pilastro dell’export. All’opposto, i prodotti petroliferi raffinati registrano un calo del 31%, contribuendo negativamente alla dinamica complessiva.
Dove cresce di più il Made in Italy
Il panorama dell’export italiano sta attraversando una fase di riconfigurazione geografica, caratterizzata da uno spostamento dei flussi sempre più verso l’Asia e mercati europei ad alto valore aggiunto.
L’area che attualmente mostra il dinamismo più impressionante è il Sud-Est asiatico. I Paesi Asean guidano la classifica della crescita con un incremento del 48,0%, affermandosi come un’area ad altissimo potenziale grazie a economie in rapida espansione e alla formazione di una classe media sempre più orientata al consumo di qualità.
In ambito europeo, la Svizzera si conferma il partner più determinante per la crescita dell’export italiano, con un aumento del 41,7% su base annua. Questo dato non riflette solo la vicinanza geografica, ma consolida il ruolo del Paese elvetico come hub commerciale e finanziario strategico, oltre che come mercato di sbocco per beni di lusso e prodotti ad alto reddito.
Altrettanto rilevante è il consolidamento della Polonia, che cresce del 18,9%. Questo mercato ha ormai superato il ruolo di semplice destinazione commerciale per diventare un partner industriale integrato nelle catene del valore dell’Europa centro-orientale.
Infine, anche nell’Europa mediterranea si registra una buona dinamica, con la Spagna in crescita dell’8,4% e la Francia che, pur essendo un mercato maturo e già profondamente integrato, mantiene una progressione del 5,4%.
Le aree di contrazione: fattori geopolitici e logistici
Il quadro complessivo presenta tuttavia alcune flessioni, spesso dettate da ragioni strutturali o cambiamenti nelle reti distributive globali.
La Turchia, per esempio, segna un -17,0%, mentre in Europa, il Regno Unito continua a mostrare segni di sofferenza con un calo dell’8,7%, un dato che riflette gli effetti duraturi e le barriere amministrative derivanti dalla fase post-Brexit.
Interessante è invece la lettura dei dati relativi a Paesi Bassi (-9,7%) e Belgio (-8,9%). In questo caso, la diminuzione dei flussi non deve essere interpretata necessariamente come un calo della domanda, ma piuttosto come una riorganizzazione logistica.
Essendo questi Paesi i principali snodi di smistamento delle merci nel continente, le variazioni riflettono spesso cambiamenti nelle rotte di stoccaggio e distribuzione europea.

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