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Agevolazioni fiscali, bonus alle Pmi che aggiungono un temporary manager in organico

di Giustizia Avvocati - Redazione
31/01/2026
Home Economia Italia

Presto potrebbero arrivare agevolazioni fiscali per le Pmi che si affidano a temporary manager, ovvero dirigenti altamente qualificati chiamati a operare per un periodo definito e con obiettivi misurabili.
Le Pmi rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana, costituendo la stragrande maggioranza delle imprese attive nel Paese e garantendo occupazione.

Bonus alle Pmi che assumono temporary manager
Proprio la struttura delle Pmi italiane, che è molto spesso a conduzione familiare, costituisce al tempo stesso un punto di forza e un limite.
In molte realtà imprenditoriali, infatti, la continuità familiare porta a privilegiare legami di parentela rispetto a merito e a talento manageriale, con conseguenze che possono riflettersi negativamente sulla qualità della gestione, soprattutto nei momenti di transizione o di crisi.
Ed è in questo contesto che si inserisce la proposta di legge AC 2474 attualmente all’esame della commissione Finanze della Camera. La proposta, illustrata dal relatore Guerino Testa di FdI, prevede l’istituzione di un fondo da 30 milioni di euro destinato a finanziare crediti d’imposta compresi tra il 20% e il 30%, modulati in base alla dimensione dell’impresa, per le Pmi che inseriscono un temporary manager nel proprio organico.
L’obiettivo è quello di consentire anche alle imprese di minori dimensioni di accedere a competenze manageriali di alto livello, senza l’onere di un’assunzione strutturale e senza dover costringere le imprese familiari a scelte dolorose, come la sostituzione di un familiare nell’organigramma aziendale.
Una soluzione pensata soprattutto per affrontare fasi delicate come il passaggio generazionale, la riorganizzazione finanziaria, l’ingresso in nuovi mercati o la gestione di progetti complessi di sviluppo. Una carta da giocare per spezzare la tipica maledizione delle imprese familiari in cui, secondo l’antico adagio, “la prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge”. C’è, però, da superare una diffidenza tipica delle imprese familiari: la ritrosia nello “svelare i propri segreti” a un estraneo.
Elemento innovativo della proposta è la misurabilità dei risultati. Il lavoro del manager a tempo sarà valutato sulla base di indicatori economico-finanziari, come l’impatto sull’Ebitda e sulla redditività aziendale, collegando così il beneficio fiscale ai risultati effettivamente conseguiti dall’impresa. Si valuta inoltre la possibilità di ridefinire l’agevolazione sotto forma di voucher.
Secondo Testa, la necessità di regolamentare il temporary management nasce dal fatto che in Italia, rispetto agli altri Paesi europei, la figura del temporary manager è ancora poco utilizzata. Molte imprese italiane, in particolare le Pmi manifatturiere, eccellono nella produzione e nel posizionamento di mercato, ma mostrano fragilità sul piano manageriale quando si trovano ad affrontare crisi finanziarie, ristrutturazioni, percorsi di internazionalizzazione o cambi di governance.
Il ruolo del manager a tempo nelle Pmi
Il Manager a tempo, noto anche come temporary o fractional manager, è un professionista che assume un ruolo apicale (direttore generale, direttore finanziario, responsabile HR, commerciale o di produzione) per un periodo determinato, con obiettivi chiari e costi certi.
Per le Pmi si tratta di uno strumento particolarmente efficace: consente di introdurre know-how avanzato senza appesantire la struttura aziendale. L’intervento può essere full-time o part-time, modulato su pochi giorni alla settimana o al mese, favorendo anche il trasferimento di competenze al personale interno.
Le principali aree di intervento riguardano la gestione della crescita, la gestione del cambiamento e la gestione della crisi. Ambiti nei quali la presenza di un manager esterno, svincolato da logiche familiari e interne, può garantire maggiore oggettività nelle decisioni e una visione strategica più ampia.
Le imprese familiari in Italia
I numeri confermano il peso delle imprese familiari in Italia. Alla fine del 2021, su 17.897 aziende con ricavi superiori ai 20 milioni di euro, ben 12.500 erano a controllo familiare, pari al 69,8% del totale. In queste imprese lavora oltre il 74% dei dipendenti italiani.
Le aziende familiari di piccole e medie dimensioni hanno dimostrato anche una buona capacità di crescita, con un aumento dei ricavi del 38% tra il 2013 e il 2021, superiore a quello delle imprese non familiari. Tuttavia, la governance resta uno dei principali fattori di rischio, soprattutto quando la continuità generazionale non è accompagnata da un adeguato rafforzamento manageriale.

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